The train series: Hanz

(scritta nel treno Vienna-Villach, ecco il perché dei nomi austriaci e dei paesaggi verdi)

I cechi più rumorosi che abbia mai sentito in vita mia, nel mio vagone, non mi lasciano pensare. Ho bisogno della giusta concentrazione per scrivere, non è facile riflettere con persone dietro di te che non fanno altro che parlare e parlare ad alta voce, continuamente. La lingua è il ceco, ma non ne sono certa del tutto, forse slovacco perché mi sembra davvero impossibile che questi 4 ragazzotti dai modi decisamente rudi possano essere cechi in quanto conosco questo popolo ormai da quasi due anni e non mi mai successo di sentirmi distratta in un mezzo pubblico per il tanto ciarlare, anzi, la maggior parte delle volte scrivo proprio per contrastare il silenzio che regna. E’ giusto cercare di adattarsi quando si è ospiti di una nazione, rispettare usi e costumi per uniformarsi, ma la tipica natura espansiva dei popoli del sud non è sempre semplice da domare e mai come in questi luoghi mi sono sentita aperta; io, che nel paese dove vivevo prima sono sempre stata considerata la chiusa, la fredda, la silenziosa, spesso sento il mio cuore esplodere per il troppo silenzio e la mente impazzire quando solamente il suono delle rotaie del tram è percepito nelle mie orecchie.

Ecco che i ragazzotti si sono tranquillizzati, e nuovamente il silenzio rimbomba in questo treno; anche la donna dai capelli rossi, che sempre sarà la donna dai capelli rossi come migliaia di altre donne, sembra distendendersi. Non comincio una storia finché non so dare il nome ad un personaggio, è una mia condanna: il nome è strettamente legato alla storia di ognuno per cui non capisco quello che mi sta raccontando finché non le assegno un nome; eppure è un nome, solamente qualche carattere spesso dato a caso da mamma e papà in frettolosi momenti di estremi felicità; ci si fissa su un paio, ma alla fine si sceglie sempre quello che più ispira un po’ per simpatia, un po’ per tradizione oppure perché quel nome è collegato ad una persona in particolare che ricorda qualcosa di bello. Oppure semplicemente perché l’insieme di quelle lettere, messe proprio così, ci fa muovere labbra bocca e lingua in un movimento armonico che ci piace.

Se ne va la signora senza nome, che senza nome e senza storia resterà per sempre: non sono riuscita a regarle quei meritati 15 minuti di notorietà solamente perché non sapevo come chiamarla, assurdo.

Ha preso subito il suo posto un signore anziano, mi dice che si chiama Hanz e ha due enormi orecchie a sventola che spuntano simpaticamente dal capo, I capelli bianchi appena sistemati con le mani e gli occhialoni con una grande montatura in ferro gli regalano un aspetto severo, qualità che in realtà non gli si addice proprio. E’ stato un militare Hanz, negli anni in cui il comunismo divideva le due Germanie, ma lui era in quella buona, così dicono, quella dove avevi un po’ più di libertà e la vita era un po’ meno dura. Nel 1989, quando le due nazioni sorelle sono tornate ad essere una sola, Hanz era appena uscito di prigione dopo 10 duri anni nei quali, tra le tante amicizie di comodo, una soltanto era rimasta viva; se di amicizia si può ancora parlare, dopo che baci e carezze furtive nei bagni della prigione qualche giorno prima di uscire evano fatto vergognare i due, inconsapevoli del futuro. Si erano detti “dopo 10 annni di astinenza..” si erano giustificati sussurrando “tra qualche giorno uscirai”, mentre la mano di Hanz, tremante di desiderio, accarezzava la schiena nuda dell’amico. Il contatto umano è ciò che manca di più in questi casi e quando due persone passano molto tempo assieme, condividendo giornate e interessi, il desiderio di toccare la pelle calda e assporare gusti diversi dalla solita minestra guarda oltre al pregiudizio. Passato poi il momento estatico, il senso di colpa e di vergogna pervade quindi l’obbligo di giustificarsi a se stessi prima di tutto prende il sopravvento.

E nel 1992, quando Hanz si sposò con la bionda e florida Matilda, Gustav era accanto a lui all’altare; una foto poi strappata, parte del provino che si dà agli sposi prima delle scelta delle foto definitive, mostrava due mani decisamente maschili stringersi forte durante la cerimonia, durante quel sì pronunciato con decisione quasi stesse rispondendo “ti piacciono le donne?” più a se stesso che alla platea di parenti ansiosi di banchettare.

Guarda fuori dal fiestrestrino Hanz, un velo di tristezza appanna gli occhi stanchi di osservare la vita degli altri, per quelle continue negazioni, l’impossibilità di essere pienamente felice e di vivere un amore vero solo perché il pregiudizio cancella la volontà; fuori il verde della Natura austriaca avvolge questo treno che corre piano lungo i binari su e giù e il paesaggio ci distrae per la sua grandezza. Non porta più la fede Hanz, mi dice che l’ha tolta dopo che la florida moglie è morta di cancro al seno, non ha pianto molto, d’altronde il suo amore, quello vero, già si era spento qualche mese prima, portato via da un cappio al collo voluto per bloccare finalmente i pensieri lì, dove dovevano stare: nella testa. Scrive appunti in un quaderno ad anelli, infondo non siamo così diversi io e lui, annotiamo i pensieri, Hanz i suoi, io quelli degli altri. Vuole parlare con qualcuno, si gira appena sente qualche parole in tesdesco e poi prende nuovamente in mano la penna e annota ancora qualche parola. Sono sempre curiosa quando vedo persone anziane scrivere in quadernetti consunti, penso che abbiano davvero tanto da dire e mi immagino linguaggi arcaici e complicati riempire quelle paginette. Perché, con tutto il rispetto, gli anziani che scrivono sono pochi e quei pochi lo fanno bene davvero in quanto chi non lo sa fare non spreca affatto tempo; sono saggi gli anziani e sanno che il tempo va ben utilizzato: ecco perché Hanz scrive e pensa, si guarda in giro ed osserva per poter portare nella tomba con sé più ricordi possibile anche se il più prezioso e inestimabile è nascosto infondo al suo cuore, ben custodito dalla vergogna.

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The train series: Hernest e la mucca Matilda

(scritta nel treno Vienna-Villach, ecco il perché dei nomi austriaci e dei paesaggi verdi)

Queste colline sembrano così pure che nulla può averle mai turbate, nemmeno gli orrori della grande guerra, che qui ha avuto radici, sembrano averle violate. Ma nessuno si ricorda di quando, a cavallo tra anni ’60 e ’70, una mucca fu ritrovata morta e impiccata ad un albero e il fatto fece talmente tanto scalpore tra i cittadini di Jjudenburg, da obbligare il sindaco e la polizia e pure il macellaio a mettere tutto a tacere.

La mucca aveva anche un nome, si chiamava Matilda e non so bene a quale razza appartenesse perché io di mucche non me ne intendo molto, ma era bianca con le chiazze nere; una mucca comune insomma, di come tante se ne vedono ancora oggi pascolare tra le colline austriache e non solo. Era stata violata dal contadino molte volte, no, non pensate male come al solito, il contadino aveva già moglie e amante che lo soddisfavano senza per forza doversi affidare agli orefizi di un animale, forse avrei dovuto dire fatta violare dal veterinario per farle produrre il latte. Perché voi non lo sapete, mamma e papà non ve lo dicono e vi fanno credere che la mucca produca il latte costantemente, come un rubinetto, ma come la vostra mamma ha prodotto il latte dopo al nascita del vostro fratello o la vostra, anche la mucca produce il latte dopo la nascita del vitellino. Peccato però che il vitellino glielo tolgono e lei pianga davvero tanto quando avviene; così è successo anche a Matilde , che si era disperata esattamente come le altre mucche quando le aveano strappato quel piccoletto, che proprio piccoletto a dire il vero non era se lo guardiamo dal nostro punto di vista,.

Mentre Matilda piangeva urlava e si disperava era passato per caso il piccolo Michael, che curiosi come un furetto, si fermò a guardarla. Michael aveva appena 5 anni, ma capiva quando una creatura stava soffrendo e provava compassione; così si avvicinò a Matilde, ma lei con un colpo di corna lo infilzò perforandone lo stomaco. Il piccolo rimase così appeso alle corna della mucca e mentre lei con il capo ne sollevava il corpicino smilzo ormai esamine, ancora lacrime scendevano dai suoi occhi, che si mescolavano con il sangue di Michael che grondava dalle corna.

Il fatto curioso, o strana sorte così come vogliamo chiamarlo, è che Michael era il figlio del contadino, non il figlio ufficiale diciamo, ma quello avuto con l’amante Eva e che Eva proprio in quel momento stava raggiungendo la casa del contadino per confessare la loro relazione alla moglie di lui: voleva mostrarle che il loro Michael era tale e quale al padre, ma ora che il corpo del piccolo era stato deturpato, non le sarebbe più stato possibile. Più che altro ora come ora la cosa non le importava più molto visto che il suo bambino le era stato portato via, strappato a forza da una cornata di un animale qualsiasi. Ma quello non era un animale qualsiasi era la mucca Matilde alla quale avevano appena portato via il suo vitellino!

Appena Eva vide la scena straziante, cominciò a strapparsi i capelli a ciocche e a urlare ed imprecare contro la vita che le aveva portato sempre tanta tristezza mentre ora, la sua unica fonte di gioia, era appesa alle corna di una mucca, squartato. Accorsero tutti e il contadino per primo: quando vide l’amante disperata l’abbracciò forte, ma lei si dimenò con violenza, si arrapicò sulla staccionata e guardando il volto delle persone accorse, ad una ad una, pronunciò la sua sententenza: amate intensamente perché la vita è troppo breve per essere vissuta nell’odio. Prese dalla borsa il coltello che aveva portato nel caso in cui la moglie del contadino avesse rifiutato di lasciarlo e si tagliò la gola.

Tutti i presenti rimasero a bocca aperta e vollero che nulla si sapesse in giro in quanto il contadino era anche il sindaco ed era una persone di quelle potenti, così come si dice. Presi i corpi della donna e del bambino, li seppellirono, poi legarono il cappio al collo della mucca e l’appesero ad un albero finché la mucca morì e fu ritrovata solo qualche giorno dopo dalle guardie forestali.

Questa è la storia che Hernest qui davanti mi ha raccontato passando per Judenburg, ma io poco ci credo perché mi chiedo prima di tutto: ma le mucche hanno corna così lunghe da poter perforare un bambino? E soprattutto: perché gli abitanti del paesello hanno impiccato la mucca anziché taglierle la gola e seppellirla assieme al bambino e alla mamma?

Bah, forse Hernest voleva solo spaventarmi.

The tram series: Marek

In molti si dispiacciono perché io scrivo poco qui o quasi nulla.
È che tutto è triste qui attorno, per quanto mi sforzi nel cercare qualcosa di positivo in questi sguardi che mi circondano, non ci riesco proprio. Tristi e squallide sono le persone attorno a me ed io mi sto adattando a loro.
“L’autista dal trillo facile” potrei intitolare questo articolo, il Marek quotidiano che ha trovato la sua realizzazione della vita: guidare i tram suonando il cazzo di campanello ogni mezzo minuto per far sentire la sua presenza, il suo potere fasullo, in questo mezzo di trasporto troppo moderno per lui. E bere birra, tifare alle partite di hockey vestito da coglione (ma quanto sono ridicoli con quelle maglie abnormi i tifosi di hockey?), mangiare maiale fino all’ostruzione delle coronarie e vomitare in strada dopo le uscite con i colleghi.
Quante vite attorno a me, quante di queste sono degne di essere vissute?
Marek oggi ha deciso di essere protagonista finalmente, non solo strimpellando il campanello del tram, ma uccidendo l’uomo che qualche anno fa gli ha portato via il figlio in un banalissimo incidente.
Ogni giorno l’assassino sale a Moravske Namesti e scende a Bystrc; stessa ora, stesso minuto, stesse fermate. È successo solamente una volta che l’assassino sia salito due fermate dopo, probabilmente non aveva dormito in casa sua, quell’adultero! E Marek ha chiesto ai suoi colleghi, vedendosi poi approvata la richiesta, di guidare quel tram in particolare ogni giorno. Oggi però sarà l’ultimo giorno di lavoro di Marek e lui lo sa, per questo motivo strimpella quel cazzo di campanello come se non ci fosse un domani perché è consapevole che un domani non ci sarà.
Tutti i tormenti finiranno oggi, qualche fermata ancora e scenderà assieme all’assassino, estrarrá il coltello ben nascosto nella borsa a tracolla e glielo pianterà alla gola, tagliando tutto, trattenendo il respiro e assaporando il potere di mettere fine ad una vita, come l’assassino aveva già fatto con suo figlio qualche anno fa, in quel freddo pomeriggio estivo.
Si leccherà poi le mani dal sangue, come una bestia feroce, gustando il restogusto ferroso e si pianterà il coltello nella pancia, mettendo fine ai tormenti di entrambi.
Lo pensa e lo architetta ogni giorno Marek, ma non lo fará mai: a Bistric c’è lei, la sua bella e affranta donna che lo aspetta ogni mattina con il sacchetto di rolik in mano. Lo guarda, lancia uno sguardo veloce all’assassino che inconsapevole di tutto cammina veloce verso l’ufficio e i due si abbracciano, piangendo silenziosamente.

The Tram series: gelsomino

Da sempre sono legata alla schiavitù dei profumi: ogni volta che sento un profumo particolare mi torna alla mente un episodio particolare della mia vita. Nulla come il profumo mi consentente viaggiare con la mente verso i tempi passati e di perdermi nella malinconia del momento lontano, passato, sfuggito, che mai più tornerà. Il profumo di gelsomino per esempio che ora riempie il vagone del tram, mi ricorda Parigi, gli champs elysee, il mio trentaduesimo compleanno festeggiato nel battello sulla senna e il trench viola acquistato in quel negozio vicino all’Opera. In questo momento vorrei cospargermi di quel profumo, e lasciarmi andare al ricordo di quei giorni felici e spensierati quando , appena sposata, la vita mi sorrideva e l’amore era un sentimento spontaneo non ancora inquinato dal tempo che manca sempre, dall’abitudine di una vita condivisa e dagli impegni che obbligano a reprimere il sentimento in virtù del senso di responsabilità.
Ricordo quei tempi come i più belli della mia intera vita, quando il gelsomino impregnava i miei vestiti, dove il peso del mio corpo non era rilevante per la mia felicità e la lunghezza e il colore dei miei capelli erano sempre gli stessi, quasi il tempo si fosse fermato. Magari.
E quando tornammo a Parigi qualche anno dopo i miei capelli erano neri e più corti, quei 15 kg in più pesavano come un macigno in ogni passo e nelle foto mancava il sorriso, nonostante il posto felice in cui avevamo deciso di trascorrere quella breve vacanza di tre giorni a fine settembre.
Un settembre piovoso, come questo primo giorno oggi, stesso mese, 3 anni dopo, un città diversa ma non meno ostile. Spariti quei 15 kg, i capelli sempre scuri e corti dopo la crisi che li aveva voluti viola rosa azzurri e verdi in successione, ma ancora il cuore vuoto e solitario, mentre il profumo di gelsomino riempie le mie narici e la malinconia di quei tempi si fa lacrima che scende lungo la guancia.

Una italiana a caso nell’europa centrale.

È che mi deprimo quando vedo cose brutte e non equilibrate. Non giudicatemi troppo, io sono un’esteta, amo il bello in ogni sua forma e qui c’è il potenziale, ma è tutto sprecato.
La gente qui proprio non si sa vestire e non è affatto un problema di soldi visto che per essere piacevoli, soprattutto quando c’è giá un buon potenziale di base, bastano 20 miseri euro per un piacevole outfit completo.
No, qui non hanno proprio idea di cosa voglia dire buon gusto (non ce l’hanno nemmeno in cucina, figurarsi nell’abbigliamento).
Ho bisogno di fashion. Aiutatemi!

Maledizione

Per anni e anni ti ripeti “non sarò mai come lei!”, te lo stampi proprio nella mente e come un mantra te lo dici ogni volta che la vedi arrabbiarsi, soffrire, urlare, piangere. Poi passano gli anni e ti rendi conto che nonostante tutto, sei identica, hai fatto la stessa fine, le stesse scelte, ti sei fatta guidare dai sentimenti più che dal calcolo. Cerchi di convincerti che su certi aspetti tu sei “di più”: più determinata, più decisa, più sicura di te stessa, ma anche questi aspetti finiscono poi per essere confutati dal tuo stesso atteggiamento.
Ci deve essere una maledizione che aleggia tra le donne della mia famiglia: l’impossibilità di essere felici e purtroppo ha colpito anche me.

Mio padre si lamentava spesso con mia madre che lei era felice solamente quando era via di casa, al lavoro soprattutto; stamattina io mi sono resa conto che rido davvero raramente quando sono a casa, mentre al lavoro sono spesso sorridente, scherzosa e felice. Ci sono talmente tante cose che sto realizzando in questi ultimi tempi, vorrei tanto averle capite quando ero ragazza: il rapporto con mia madre sarebbe stato sicuramente migliore. È cosí dura avere un figlio; quando da piccola disubbidivo, i miei mi dicevano “per te dobbiamo fare tante rinunce” e nella mia testa la frase diventava “siccome dobbiamo darti da mangiare e mandarti a scuola, dobbiamo rinunciare ad andare al ristorante o a comprarci vestiti nuovi”. Cazzo non capivo che i soldi non c’entravano nulla! Mi rendo conto ora che io per mio figlio spenderei l’intero stipendio senza sentire nessun peso: la vera rinuncia di cui parlavano i miei genitori e tutti i genitori del mondo è la libertà. Un figlio ti toglie tutto, anche il respiro a volte: ami quella creatura, ma devi continuamente scendere a compromessi, non sei più libero di vivere la tua vita come vuoi, di rilassarti, di fare le cose con calma perché c’è sempre una lagna pronta a rovinarti la giornata alle 8 di mattina perché non vuole mettersi le scarpe. E tu devi urlare e, fidatevi, desideri solo arrivare prima possibile al lavoro per staccare la spina e goderti la libertà di essere te stessa.
Però poi ti manca, non vedi l’ora di tornare a casa per verdere tuo figlio; poi torni a casa e ti dicono che a scuola non ascolta, non ubbidisce, se ne sta in disparte e non partecipa alle attività e ti rendi conto di essere una pessima madre, che sei più brava a lavorare che a stare con tuo figlio; inoltre torni e lui nemmeno ti saluta, gli chiedi di raccontarti la sua giornata e non lo fa perché intento a guardare la tv. E maledici la tv che allontana i figlio, ma devi maledire solamente te stessa che l’hai piazzato lí davanti solo per avere la tua libertà.
Non è colpa mia, è che non mi ero mai resa conto di quanto un figlio potesse privarti della libertá.

È come il tradimento: la maggior parte delle persone sposate o che convivono da anni tradiscono perché sono libere solamente fuori casa, non è perché non amano più il partner: è che non ne possono più di sentirsi in una prigione fatta di tanti obblighi e poche pause.
Certo, i figli danno tanta soddisfazione, ma i genitori non sono robot automatici, hanno bisogno di emozioni, amore, comprensione, libertà. I figli non danno amore, l’amore dai figli te lo devi prendere, glielo devi tirare fuori col cavatappi, lo devi comprendere. Un altro sforzo insomma, troppi tutti assieme per un individuo che lavora, che ogni giorno è obbligato a rispettare regole, orari, rapporti di convenienza, a cedere il posto a chi ne ha bisogno, ad evitare zuccheri per non mettere su ciccia.

The tram series: Zuska.

La seconda volta che ho visto Zuska in tram guardava fuori, gli occhi perduti verso un obiettivo ormai lontano. Giocherellava con la fedina al dito e masticava la gomma silenziosamente, non sorrideva come quando l’avevo vista qualche giorno prima, piuttosto mostrava un certa serietá, non tristezza, per inciso, ma qualcosa sicuramente era andato storto durante il fine settimana.
Qualche giorno prima, giusto dopo il lavoro, aveva aperto il suo cuore a qualcun’altro come mai era successo da molto, moltissimo tempo; nessun rimpianto per la voglia di sentirsi viva, di sentire il cuore saltarle fuori dal petto per l’emozione, come a 16 anni, davanti a qualcosa di proibito, ma infondo lecito per assicurarle la felicitá quotidiana. Ci aveva pensato molto prima di dire quelle parole che le sarebbero valse l’onestá sotto alcuni punti di vista, ma lei era convita come non mai a smascherarsi e denudarsi davanti a lui, anche se la pena sarebbe stata la sofferenza e la vergogna ogni qual volta il suo viso si sarebbe riflesso allo specchio e la tristezza nel guardare il compagno inconsapevole dormire beato come un bambino innocente.
E come una ragazzina agitata l’ho vista sorridere felice, lo sguardo pieno di speranza con la sua musica preferita nelle orecchie. L’ho vista in imbarazzo mentre salutava quel ragazzo dagli occhi chiari e subito si è seduta trattenendo un sorriso troppo grande per lei e per questa gente e ho capito tutto.
Ma stamattina Zuska era diversa, lasciati i vestiti neri a casa, ha preferito qualcosa di chiaro e leggero, d’altronde non ha piú da nascondere ora. Purtroppo.
La sua breve storia d’amore è terminata prima ancora di essere consumata e non sa ancora se sorridere o meno, ecco perché ora sul suo viso non compare un sorriso, ma sembra quasi indifferente al mondo Zuska: forse quel rifiuto è stato un sollievo nel suo petto, troppe responsabilità per tutti, troppi sentimenti stracciati, appallottolati e buttati nel fuoco ad ardere, troppe persone coinvolte in una storia senza esito felice. Il ragazzo dagli occhi chiari è stato saggio nel riufitarla: perché faticare per qualcuno giá impegnato quando in giro, a disposizione, l’offerta era ampia e di facile accesso? Mica stupido lui, forse un po’ di piú lei che ha affidato per poco tempo il suo cuore ad un ragazzo intelligente, sveglio e troppo coscenzioso.
Giá si guarda altrove Zuska, sconfitta nell’autostima, ma decisa a sollevarsi presto. D’altronde nel fine settimana ha dato il meglio per mostrare di essere la compagna perfetta, mentre accarezzava dolcemente il corpo del suo uomo e fissava i begli occhi neri di lui; solo una piccola esitazione quando, abbandonate tutte le inibizioni, quegli occhi le sono sembrati del colore del cielo d’estate e ha sorriso, per poi perdersi nuovamente nel profumo di quella pelle conosciuta.

Metafore.

Il sogno che risuona insistente nella  testa pietrifica le mie dita, non posso scrivere apertamente, troppi occhi, troppa malignitá, troppa malizia.
Lui c’è ancora, come la paura del buio non lascia il bambino nemmeno quando è giorno, perché basta una stanza oscurata per accendere il panico, lui è ancora qui, come la piú bella digitalis purpurea, affascinante e pericolosa. Non respiro, nemmeno all’aria aperta dove le fresche giornate estive rallegrano i cuori, ma rabbuiano la mia coscienza che sente di aver sbagliato direzione, quel giorno, quando la decisione ormai era stata presa.
Sarebbe stato meglio il tuffo nel vuoto, piuttosto che il silenzio rimbombante della mia anima straziata, ma la paura dell’ignoto ha vinto sulla consapevolezza che, forse, qualcosa si sarebbe aggiustato. E invece sono passati giorni e ore e tanti secondi che a nulla sono serviti se non confermare la mia incapacità ad agire concretamente.
Inetta! è la parola che mi si addice e il rimpianto ora è troppo forte.
Dicono che non è detta l’ultima parola, per illuderci che abbiamo sempre una seconda possibilità, ma se fosse vero, perché sto tremando dalla paura solo al pensiero di dover prendere ancora una volta quella crudele decisione?
E ogni giorno mi rotolo sul letto tormentandomi l’anima.

The tram series: Ian e Jana

Ian e Jana si tenevano per mano quella mattina in cui il tram li investí.
Una coppia brutta, entrambi superati i 40 anni da un bel pezzo, forse lei qualche anno in meno, fatico ancora a dare un’etá alle donne dei paesi che per molti anni sono stati sotto il dominio comunista in quanto la loro tendenza a lasciarsi andare dopo i 30 mi sbalordisce, in un’era dove il bombardamento telematico ci impone la milf come modello imperante di donna non più giovane, ma nemmeno anziana.
Ian e Jana si erano amati in silenzio la notte precedente, lui la toccava dove quel padre padrone anni prima aveva violato la sua infanzia e per qualche anno poi la porta si era chiusa, lasciandola indifferente al resto, un vantaggio nel periodo in cui i soldi mancavano come la voglia di scappare e il bordello aiutava le ragazze come lei che dovevano guadagnarsi il rolik quotidiano.
Ian aveva un figlio maschio invece, avuto con una donna qualsiasi che non gli aveva dato nulla se non guai e quel figlio ora reclamava la sua identitá, che Ian, non del tutto certo che quel piccoletto fosse sangue del suo sangue, non voleva concedere piú per dispetto che altro. Si era fatto accarezzare dolcemente dalla sua Jana, nonostante il desiderio di posserderla subito senza preliminari, gustarne il corpo e gli umori con foga, ma amava quella donna che lo faceva sentire qualcuno e attendeva i suoi tempi, per darle quello che la vita le aveva sempre negato.
Brutti, entrambi brutti fisicamente, ma nell’insieme piacevoli grazie a quelle mani strette l’una all’altra, per l’ultima volta; ancora assopiti e cullati dai meritati abbracci dopo una vita semplice, non si sono accorti dei lavori in corso. Complice l’autista distratta dai pensieri per il figlio malato, sono stati spinti dal tram verso il lato opposto della strada, lei è morta schiacciata sotto le rotaie, lui investito da un’auto che procedeva nella direzione opposta.
La stretta di mano violentemente negata, un ultimo sguardo a cercare gli occhi nei volti maciullati e gli unici 15 minuti di celebrità nel giornale locale in un trafiletto titolato “coppia muore in strada” regala loro l’unica unione legale che è stata possibile nella loro triste vita.

Le regole basilari.

Sapete qual è la migliore soluzione per arrivare alla fine della propria vita e dire “aahh me la sono proprio goduta”?

Morire giovani.

Piú vai avanti con gli anni e più sono fatiche e dolori, tante responsabilità e pochissime soddisfazioni.
Non sposatevi, non fate figli: questa è  la seconda opzione per arrivare alla fine della vita e poter dire di esservela davvero goduta.

Oppure beh, se avete i soldi, ma mi raccomando, che siano di altri tipo genitori o marito, il problema è risolto, potete anche sposarvi e far figli che tanto ci pensano le tate a far star buoni i bambini e i mariti eventualmente.

Diosssssanto.