Un’altra giornata rovinata.

Anche quella mattina Anita si svegliò piano piano, adorava lo snooze: aveva il vizio di puntare la sveglia mezz’ora prima dell’orario in cui aveva previsto di alzarsi. La faceva suonare tre o quattro volte schiacciando ogni volta pesantemente il tasto centrale; in quegli otto minuti di tempo tra gli allarmi, sonnecchiava o sognava ancora; altri giorni invece faceva programmi per la giornata, programmava l’outfit o il make up, rifletteva sulle sue fortune e guardava di nascosto il suo compagno alzarsi per andare a preparare la colazione: nella penombra della stanza apriva un pochino gli occhi a fessura e controllava i suoi movimenti lenti senza far capire che era sveglia, non le piacevano le brevi effusioni, non poteva sopportare un bacino soltanto, troppo breve e frettoloso a causa del poco tempo a disposizione. Preferiva i caldi e tranquillizzanti abbracci delle mattine festive, quando il tempo concedeva agli amanti di confortarsi a vicenda e superare lo shock del risveglio.
Si legge spesso che quando un feto si separa dalla madre durante il parto, subisce uno shock, è come se il bambino improvvisamente si svegliasse da un torpore, abbandonasse una dimensione calda e confortevole per venire poi messo al mondo in una luminosa e rumorosa sala parto, con persone mai percepite prima che lo toccano, puliscono, infilano cannule nel naso e che finalmente poi lo riportano dalla madre. Ma non è piú la stessa cosa, il ventre ora non c’è più, non può più nascondersi. Lo fará poi, durante il corso delle vita, sotto le coperte, sará come tornare nel caldo ventre materno e assicurarsi una protezione e un riposo confortevoli dalle aggressività del mondo.
Anita non poteva sopportare quello stacco violento dalla sua protezione notturna, il suo rifugio e per poterlo accettare aveva bisogno di un risveglio graduale e dolce, con qualcuno accanto che la rassicurasse che tutto, anche oggi sarebbe stato bello e tranquillo; o bianco o nero: se non poteva riceva il conforto totale, preferiva ricevere nulla e lasciare che compagno andasse a preparare la colazione mentre lei cercava da sola la forza per affrontare una nuova giornata.
Una spinta veniva dalla routine: si sarebbe alzata, la pipí che premeva nella vescica qualche volta era incontenibile; poi con i soliti gesti automatici si sarebbe fatta forza, lavata il viso con l’ultimo detergente bio acquistato, l’aciugamano appena premuto per non rovinare la pelle, una spruzzatina di acqua termale, lenti a contatto e, nell’attesa che l’acqua termale sfiammasse la sua pelle ultra sensisbile prima di mettere la crema, arrivava quel lento ed odiato movimento obbligatorio quotidiano che avrebbe deciso le sorti definitive della giornata.
Con l’alluce andava a premere il bottone della bilancia elettronica per attivarla, un respiro profondo e poi l’apnea, nella speranza vana che, trattenendo il fiato, qualche etto possa essere risparmiato, le mani ai fianchi, le dita premute sulla sommitá delle anche per assicurarsi di sentirle bene e che nessuna ciccia le abbia ricoperte dal giorno precedente.
Sale sulla bilancia, controlla il display solo con un occhio appena socchiuso.
58,2 e la terribile amica dotata di memoria le ricorda che è +0,5 kg da ieri.
Un’altra giornata rovinata.

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One thought on “Un’altra giornata rovinata.

  1. Forse una delle cose peggiori è che qualunque cosa ci dicano gli altri – non devi preoccuparti del tuo peso, sei bella così, stai benissimo, è solo acqua, blablabla – non serve assolutamente a nulla. Peso o meno, qualunque sia la nostra ossessione, siamo gli unici in grado di gestirla ed è davvero difficile riuscirci.

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