Metafore.

Il sogno che risuona insistente nella  testa pietrifica le mie dita, non posso scrivere apertamente, troppi occhi, troppa malignitá, troppa malizia.
Lui c’è ancora, come la paura del buio non lascia il bambino nemmeno quando è giorno, perché basta una stanza oscurata per accendere il panico, lui è ancora qui, come la piú bella digitalis purpurea, affascinante e pericolosa. Non respiro, nemmeno all’aria aperta dove le fresche giornate estive rallegrano i cuori, ma rabbuiano la mia coscienza che sente di aver sbagliato direzione, quel giorno, quando la decisione ormai era stata presa.
Sarebbe stato meglio il tuffo nel vuoto, piuttosto che il silenzio rimbombante della mia anima straziata, ma la paura dell’ignoto ha vinto sulla consapevolezza che, forse, qualcosa si sarebbe aggiustato. E invece sono passati giorni e ore e tanti secondi che a nulla sono serviti se non confermare la mia incapacità ad agire concretamente.
Inetta! è la parola che mi si addice e il rimpianto ora è troppo forte.
Dicono che non è detta l’ultima parola, per illuderci che abbiamo sempre una seconda possibilità, ma se fosse vero, perché sto tremando dalla paura solo al pensiero di dover prendere ancora una volta quella crudele decisione?
E ogni giorno mi rotolo sul letto tormentandomi l’anima.

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